GENERE EPICO.
E' una forma poetica di particolare solinnità, alla quale la cultura greca ricorreva per narrare le sue vicende più importanti e i protagonisti sono eroi e divinità. In questi racconti la cultura greca arcaica riversava il suo patrimonio mitico e il suo universo di valori e conoscenze: nozioni riguardanti la guerra, la religione, la famiglia, la caccia, la cultura materiale.
EPOS = parola, discorso pronunciato da un personaggio. Dopo Omero, però, diventa uno specifico genere letterario, l'epica, cioè il racconto in poesia delle vicende mitiche. Epos, però, aveva anche un secondo significato: indicava i responsi oracolari, cioè le risposte che gli oracoli davano a chi interrogava la divinità. Questo perché entrambe le "parole" erano in versi, in poesia con un medesimo schema metrico, un'identica successione ritmica: l'esametro dattilico, cioè sei metra, sei elementi. Esametro = sei misure, e ognuno costituito da un dattilo (una sillaba lunga + due sillabe brevi). La parola del poeta e quella dell'oracolo sono entrambe parole solenni, di origine divina: non solo l'oracolo, anche la poesia epica, ed infatti il poeta, come primo atto della composizione, chiedeva ispirazione alla Musa.
LE MUSE.
Esiodo, poeta greco vissuto nel VII sec.a.c., scrisse la Teogonia, un poema epico in cui racconta la genealogia (nascita) di tutti gli dei. Racconta che una volta, mentre pascolava il bestiame ai piedi del monte Elicona, le Muse gli erano apparse e gli avevano donato un ramo di alloro fiorito, ordinandogli di cantare "la stirpe dei beati, sempre viventi, ma esse per prime e alla fine, sempre" (Teogonia, vv. 33-34). Secondo Esiodo, sono figlie di Zeus e Mnemosyne, dea della memoria, che partorì nove fanciulle: Calliope, musa della poesia narrativa, Tersicore, musa della lirica e della danza, Erato, musa della poesia amorosa, Melpomene, musa della poesa tragica, Tallia, musa della commedia, Euterpe, musa della musica, Polinnia, musa della musica sacra, Clio, musa della storia, Urania, musa della geometri e dell'astronomia. In Omero si parla indifferentemente di Musa e di Muse senza accenni ad alcuna specializzazione. Le Muse sono figlie della Memoria a causa della natura orale della poesia epica; infatti prima della stesura scritta, i poemi avevano una circolazione esclusivamente orale e l'aedo ripeteva a memoria un canto ascoltato precedentemente. Le Muse, quindi, hanno nei confronti dell'aedo la funzione di "far ricordare", ma esercitano nell'ascoltatore il potere di "far dimenticare" i dolori, grazie alla dolcezza del canto da loro ispirato: dee della memoria e anche, paradossalmente, dee dell'oblio.
AEDI E RAPSODI.
Aedi deriva dal greco aoidé, canto. Erano cantori professionisti, dediti al culto di Apollo, il dio della musica, e tramandarono un repertorio sempre più ricco di storie mitiche, quindi un repertorio mobile: fissa era la trama delle vicende eroiche, diversa sempre la forma del canto, eseguito dai diversi aedi. Nella II metà dell'VIII sec. venne scritta l'Iliade e nella I metà del VII sec. l'Odissea, ma la tradizione dei cantori continuò. Nel VI sec. il tiranno ateniese Pisistrato fissò una redazione ufficiale dei due poemi. L'aedo scomparve come cantore creativo, lasciando il posto al rapsodo, cioè un esecutore di canti che, attenendosi a un testo scritto e ormai fissto per sempre, doveva ricrearlo con la massima fedeltà, senza introdurre modifiche, al massimo poteva "tagliare e cucire" insieme una serie di canti dei quali venivano proposte solo alcune parti. Rapsodo deriva dal greco rapsodòs e ha la stessa radice di ràptein (cucire).
GLI STRUMENTI DELLA MEMORIA.
Struttura metrica : l'esametro costituiva una "griglia" predefinita all'interno della quale collocare le parole che non potevano essere disposte a caso, ma secondo combinazioni ben precise. Le formule: repertorio di espressioni fisse, di "frasi fatte", alle quali il cantore ricorreva costantemente al ripetersi di una certa situazione. Ad es. "alba"= "quando apparve l'aurora dalle dita rosate, figlia della luce": è un verso formulare. Epiteti: sono espressioni e aggettivi che accompagnano sempre certi eroi o certe divinità. Ad es. Achille "pié veloce", Agamennone "pastore di popoli", Era "dalle bianche braccia" ecc. Alcuni di questi epiteti sono propri di un solo eroe, altri possono essere usati con più nomi. Patronimici: aggettivi che ci dicono chi sono gli antenati dei guerrieri (in genere il padre). Ricordiamo che le genealogie rappresentavano nel mondo antico uno strumento essenziale per la ricostruzione del passato. Schemi fissi: intere scene sono descritte secondo modelli fissi: descrizioni di banchetti, celebrazioni di sacrifici, vestizione degli eroi, perfino delle battaglie e sono scene tipiche, situazioni ricorrenti che l'aedo narraava sempre secondo lo stesso schema.
IL PRIMATO DELLA POESIA.
Le prime opere della storia letteraria dell'Occidente, cioè la nostra tradizione letteraria, quella che affonda le sue radici nel mondo greco e poi latino, sono opere in versi, fornite di uno schema metrico complesso: l'esametro. Il termine "ritmo" viene dal greco: rythmòs, cioè ritmo, armonia, movimento cadenzato e regolare, ed è una parola che deriva dal verbo rhéo, che in greco indica lo scorrere dei fiumi. Le acque, infatti, si prestano a evocare in noi l'idea di ritmo: pensiamo al rumore della risacca del mare.
I PERSONAGGI.
La poesia epica ha, tra le sue funzioni, quella di trasmettere dei modelli: di conseguenza l'eroe incarnerà le caratteristiche che quella cultura avverte come indispensabili per l'affermazione della persona. L'eroe dell'Iliade è ad es. il guerriero, che cerca la gloria sul campo di battaglia e le sue virtù principali sono la forza fisica, il coraggio, lo sprezzo del pericolo, il desiderio (se non addirittura l'obbligo) di vendetta. Nell'Odissea, Odisseo (Ulisse) è un guerriero, ma soprattutto un viaggiatore che vanta una profonda conoscenza di uomini, luoghi e costumi. Le sue doti peculiari sono l'esperienza e l'astuzia, a cui aggiungiamo anche la forza fisica e il desiderio di vendetta. Gli dei per i Greci avevano un aspetto antropomorfico: erano identici all'essere umano nell'aspetto esteriore, ma anche nell'animo, agitato dalle stesse passioni dei mortali (amore, odio, ira, vergogna ecc.). Gli dei intervengono direttamente e concretamente nello svolgersi dell'azione.
OMERO.
Si dubita che sia realmente esistito. Ci sono pervenute molte Vite (biografie) di questo cantore, risalenti a epoche diverse. Vi è discordanza sul luogo di nascita: Smirne (Asi)a Minore), isola di Chio, Atene, Itaca. Egli a volte è soprannominato "il poeta" o "il cieco di Chio". I Greci ritenevano che la cecità fosse il segno di un tocco divino, l'indizio esteriore di una dote particolare posseduta dal soggetto: in questo caso la capacità di "vedere più degli altri" I ciechi potevano dunque rivelarsi i depositari di doti profetiche e di una profonda sapienza.
LA QUESTIONE OMERICA.
Di Omero non sappiamo nulla di preciso. Presso la celebre biblioteca di Alessandria d'Egitto, i filologi alessandrini raccoglievano e confrontavano le differenti versioni di una medesima opera e cercavano di stabilirne un testo "ufficiale", depurato dagli errori e dalle interpolazioni (cioè le aggiunte successive di versi o parole), per poi corredarlo di un accurato commento, Ricordiamo Zenodoto di Efesto che fu il primo a curare un'edizione critica dei poemi omerici. Egli, invece di eliminare i versi da lui ritenuti spuri (cioè non autentici), si limitava ad affiancarli con un segno critico convenzionale, chiamato obelòs ( - ). Poi Aristarco di Samotracia ritenne entrambi i poemi attribuibili a Omero, mentre già altri studiosi li attribuivano ad autori diversi. Nel 1664 l'abate d'Aubignac ipotizzò che Omero non fosse mai esistito e i due poemi sarebbero il risultato dell'aggregazione di canti composti da aedi diversi. Nel 1744 il filosofo Giambattista Vico scrisse "Della discoverta del vero Omero", in cui l'autore si sofferma sulla tradizione orale dei canti omerici. Omero, per Vico, non era mai esistito e i poemi erano un capolavoro anonimo, non di un singolo autore, ma di un intero popolo, che vi aveva fatto confluire il proprio patrimonio mitico e culturale. Qualche anno dopo il tema dell'oralità fu ripreso da Robert Wood: egli si recò in più luoghi del mondo greco per studiare le performances dei cantori locali, discendenti degli aedi antichi. Ne osservò la capacità mnemonica, le tecniche di variazione e ricomposizione di un canto, la gestualità. Alla fine del '700, il tedesco F. August Wolf studiò il manoscritto Veneto Marciano A, che conteneva frammenti dell'opera dei filologi alessandrini ed era materiale ancora inedito. Secondo lui, i poemi hanno un "nucleo originario" di un cantore chiamato Omero, successivamente ampliatosi fino alla versione di Pisistrato. Una svolta decisiva fu lo studio di Milmon Parry (1928), che si recò in Jugoslavia per studiare le tecniche dei cantori locali, che avevano mantenuto tratti fortemente arcaici e continuavano a comporre e a recitare senza scrittura. Parry fece le interessanti osservazioni sulla formularità e tali studi sono proseguiti anche in seguito (ad es. Albert Lord) e si è, inoltre, iniziato sempre più a rivolgere l'attenzione al piano antropologico, considerando i poemi "libri di cultura" dei Greci.